Il ballo con la rottura di piatti
C'è un momento preciso, in ogni viaggio in Grecia, in cui Consiglia mi guarda con quello sguardo. Lo conosco bene. È lo sguardo che dice: "Marco, se anche solo pensi di lanciare quel piatto, dormi nel quad". E io, ogni volta, devo spiegarle che non è vandalismo. È cultura. È storia. È, signori, la nobile arte greca della rottura dei piatti.
Lei non è convinta. Ma voi, spero, lo sarete entro la fine di questo articolo.
Ma quindi perché diavolo i greci rompono i piatti?
Partiamo dalla parola magica: kefi. Tradurla è impossibile, ma è quella cosa che ti prende quando la musica è giusta, l'ouzo è freddo, il pesce è arrostito al punto perfetto e ti senti improvvisamente in pace con l'universo. Una gioia talmente abbondante che deve uscire. E come esce? Sotto forma di un piatto che vola contro il pavimento mentre qualcuno urla "OPA!".
Piccola curiosità che adoro: "opa" non è un grido di trionfo come pensano tutti. Significa più o meno "ops" o "attento!". In pratica i greci hanno trasformato il nostro "oddio mi è caduto" in un inno alla gioia di vivere. Geni.
Un vizio da ricchi annoiati (e da fantasmi creduloni)
La tradizione viene da lontano. Nell'antichità rompere i piatti era roba da benestanti: dopo i banchetti, invece di lavare le stoviglie come dei comuni mortali, i ricchi le buttavano nel fuoco. Il messaggio era chiaro: "Guardate quanto sono pieno di soldi, posso permettermi piatti nuovi domani". Una specie di SUV parcheggiato in doppia fila, ma in ceramica.
Poi c'è la mia spiegazione preferita, quella dei matrimoni. Si credeva che una festa troppo allegra attirasse gli spiriti maligni e l'invidia. Soluzione? Rompere un po' di piatti per fingere caos e disgrazia, così gli spiriti si convincevano che lì non ci fosse nulla da festeggiare e se ne andavano altrove. In sostanza, i greci ingannavano i demoni facendo finta di litigare. Io e Consiglia, durante il montaggio della tenda da campeggio, generiamo abbastanza caos da spaventare interi eserciti di spiriti, quindi diciamo che ci alleniamo.
Nei locali di rebetiko, la musica blues dei profughi e degli operai greci del primo Novecento, rompere i piatti era invece un modo per trasformare il dolore e la malinconia in qualcosa di fisico. Meno folklore, più catarsi. E onestamente, dopo certe giornate passate a cercare una spiaggia "facilissima da raggiungere" che si rivelava un dirupo verticale, capisco perfettamente l'esigenza.
Il momento di gloria: 100.000 piatti al mese
La svolta arriva nel 1960 con il film Mai di domenica. Dopo l'uscita, la Grecia impazzisce: si stima che si arrivasse a rompere fino a 100.000 piatti al mese. Centomila. Al mese. C'è stato un periodo in cui il mestiere più sicuro di tutta la Grecia era probabilmente il produttore di piatti economici.
Poi, come succede a tutte le cose belle, è arrivato chi ha rovinato la festa. Nel 1969 la dittatura militare ha messo al bando la rottura dei piatti nei locali. Motivo ufficiale: troppo pericoloso, troppe schegge volanti. Motivo reale: i dittatori notoriamente non hanno mai avuto un grammo di kefi.
E oggi? Cattive notizie per i romantici
Qui devo essere onesto, perché le regole di casa nostra impongono di verificare i fatti e non raccontare frottole. Oggi nei matrimoni greci veri quasi nessuno rompe più i piatti. È considerata una cosa vecchia, un po' kitsch, roba da turisti. Al massimo lanciano fiori, che fanno meno rumore e non richiedono la scopa.
Dove sopravvive ancora? Nelle taverne pensate per i visitatori, dove il piatto che vola fa parte dello spettacolo come il sirtaki e la foto col gattino sul tavolo. Spesso usano gessetti appositi che si frantumano in modo spettacolare ma innocuo. Un po' come scoprire che il mago non sega davvero la signora. Ci rimani male, ma poi ti godi comunque il numero.
Il verdetto del team
Rocco, sei anni e già pienamente schierato dalla mia parte, ha sentenziato che la rottura dei piatti è "la cosa più bella della Grecia dopo le spiagge con i sassi che galleggiano" (intendeva la pomice, ma non l'ho corretto). Consiglia, dal canto suo, ha appuntato tutto sul cellulare come fa sempre, salvo poi aggiungere a voce alta che a casa nostra i piatti si rompono già abbastanza spesso "per cause naturali", e che non c'è alcun bisogno di importare la tradizione.
La verità è che la rottura dei piatti, in fondo, è la sintesi perfetta della Grecia: un eccesso di gioia che non sta dentro i confini del buon senso, un modo bellissimo e leggermente folle di dire "sono vivo, sto bene, e me ne frego delle conseguenze". Esattamente lo spirito con cui, ogni estate, carico il quad e parto a caccia dell'ennesima spiaggia impossibile.
Opa.